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sabato 15 settembre 2012

Così parlò Teresina: "Mutatis mutandis"



Due anni fa, quando seduta al mio solito posto, con la tv accesa sul mio solito canale, mi preparavo ad affrontare un altro gelido inverno con quelle finestre di carta velina, non sapevo che le avrebbero davvero cambiate non appena avessimo fatto armi e bagagli.

Un anno fa, quando vedevo il tempo che passava senza che nulla mutasse, e il "non fare" era parte di una routine interrotta però da incontri salvifici, non sapevo che avrei avuto un blog né, TANTOMENO, che sarei venuta a vivere negli Stati Uniti.

Un mese fa, quando appena arrivata sentivo la gente aprir bocca senza comprendere altro che parte del senso generico del discorso e qualche suono, non sapevo che avrei riso a battute in inglese davanti a una birra né che avremmo avuto qualche amico pronto ad insegnarci il proprio apparentemente omofono alfabeto.

Qualche giorno fa, quando pensavo che la settimana stava procedendo a gonfie vele e che nel finesettimana avrei aggiornato tutti di questo, non sapevo che questo post sarebbe stato pervaso da uno strano senso di malinconia, non interamente giustificabile.

Forse è la pioggia, che amo, e che mi riporta indietro: mi riporta a casa, a quelle che ho considerato "casa" ogni volta, e alle persone...
Forse è la velocità con cui in un mese sono passata da estate, a estate +++, a autunno, che tira giù nel sifone i miei capelli, giù dalla bilancia i miei chili, e giù dai miei occhi un paio di lacrime.

Post tristi, pioggia e lacrime sono utili, però. Lo so.
  
 
















 



lunedì 14 novembre 2011

Negro, caliente y fuerte

Nero come certi pensieri, caldo come la Sicilia, forte come vorrei essere.
Dentro un buon caffè c’è tutto un mondo: lo versi, l’aroma sale, ti riempie le narici e le mani ti si riscaldano attorno alla tazzina.

Tramite un odore la mente può tornare indietro nel tempo, e anche se quello del caffè è un profumo quotidiano, certi giorni i canali della memoria sono più aperti del solito.
La ritualità del caffè è una delle buone abitudini che ho perso per strada, non è più sinonimo di pausa, né di chiacchiere, è solo uno start: inizio della mattina/inizio del pomeriggio.

Nel 2000 era il bip della macchinetta della scuola e la campanella della ricreazione; era un appuntamento pomeridiano fisso, tra il pranzo e i compiti, tra due case distanti dieci metri e pochi passi: «bimbi, zitti che io e mamma dobbiamo parlare!».
Nel 2002 era una droga utile per riuscire a studiare, nervosamente, fino alle due del mattino e svegliarsi il giorno dopo alle sei e un quarto.
Nel 2004 era un piacere da condividere ad ogni sorridente risveglio con uno degli individui che hanno cambiato la mia vita, i miei desideri, i miei limiti: my person, la ragazza del letto accanto, con la testa piena di sogni e di capelli, la maglietta di Addiopizzo e le scarpe da tennis, la ragazza di Neruda, forte e sincera, con la tv coperta da un telo rosso e la chitarra nell’armadio. La ragazza dei fiori e dei pistacchi, della pioggia.
Poi ci sono stati caffè lunghi, caffè bruciati, macchiati; il caffè di Delft (caro ed agognato), caffè con la coinquilina napoletana (ricetta di Ciccirinella), caffè col cioccolatino e l'ammazzacaffè, con T.M. tante domeniche dopo pranzo, nella Suadente... e una ricca gamma di caffè mancati.
Amo sempre il caffè, specialmente quando me lo prepara qualcun altro.
«Sì, grazie! Uno pieno: la vita è già così amara».

domenica 30 ottobre 2011

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Spesso qualche goccia si staglia tra le altre, controvento.
C’è una pioggia fitta e obliqua fuori dalla mia finestra senza tenda, con gocce anticonformiste.
Il cielo scuro è un telo pesante che lascia vedere l’azzurro tra i palazzi, all’estremità del suo lembo.

Questa storia, pur così semplice, dell’orario vecchio/nuovo mi confonde da quasi trent’anni.
Non ho spostato l’orologio… il mio telefono a mala pena telefona, figuriamoci se cambia orario da solo. Il mio amore dorme al buio e all’oscuro.
Anche se fino a dieci minuti fa pensavo di essere in ritardo, ora so di essere in anticipo.
Strano. Inconsapevolmente in anticipo: mai prima d'ora. Inconsapevolmente in ritardo un mucchio di volte. In ritardo per capire, in ritardo per studiare, in ritardo per lavorare.
Ho tre quarti d’ora in regalo prima di girare le lancette col dito, prima di rimettermi sul tapis roulant.
L’ora legale è un’illusione, una delle tante, un modo come un altro per far quadrare i conti. È come l’anno bisestile: i flussi non si possono fermare, quindi si trova il modo di canalizzarli, diminuire la loro potenza, controllarli. Si fanno delle raccolte di tempo da tirar fuori all'occorrenza. Così con le parole.
Ma cosa sono 45 – ora 35 – minuti di fronte all’eternità? Ho perso talmente tanto tempo nella mia vita, soprattutto a lamentarmi...

(risata isterica fuori campo)