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giovedì 19 aprile 2012

Foto d'epoca a colori


È  curioso.
Una ragazza un po’ svampita, che per la fretta e l’incuranza ha abbinato cinque gradazioni differenti di rosso, che ha le scarpe da ginnastica sfibrate perché ultimamente le ha utilizzate troppo (ma non per fare ginnastica) dalle quali si intuisce un calzino giallo, va all’ultima lezione di latino: a suo tempo è stata la sua prima scelta formativa autonoma e costruttiva ed ora questa lingua squisitamente morta - come il cadavere dei surrealisti - è tornata, e ha fatto tornare lei in mezzo a “giovincelli” che con lei hanno in comune solo l’acne, e solo in certi giorni.
Nello stesso giorno, la stessa ragazza, che sta meglio coi capelli corti, ma che su di essi non ha alcun potere decisionale, perché questi hanno vita propria, si reca in segreteria dove è pronta la sua pergamena di laurea, gliela danno subito - come se avesse aspettato già troppo - in una grande busta: è decorata con bei colori; così altre tonalità di rosso, simbolico e no, si aggiungono a quelle precedentemente citate.
La stessa ragazza, che ultimamente è diventata più “soffice” perché il suo ragazzo cucina bene (e tra fidanzati, come tra padrone e cane, si finisce per somigliarsi) e perché la birra serale è una quotidiana irrinunciabile consolazione, sempre nello stesso giorno, si reca presso l’ufficio addetto per farsi fare il passaporto, che non le servirà per un viaggio di piacere, ma che spera piacevole possa diventare…
È curioso come al nord in appena qualche ora si possano concludere così tante cose tra segreteria, posta, uffici pubblici, senza prendersi ferie, malattia, permessi non retribuiti, né portarsi il pranzo al sacco e il thermos col caffè.
È curioso come in tutto questo girare, le uniche parole che la ragazza abbia colto distintamente dai discorsi altrui siano state “niente accade per caso”!

sabato 5 novembre 2011

Si definisce "buco nero" una regione di spazio da cui nulla, nemmeno la luce, può sfuggire

Buchi: nei denti, nella memoria, vicino ai ganci del reggiseno, nella volontà, sul polso della camicia, nella cognizione, sull'orlo dei pataloni, tra le parole, nelle scarpe.
Lacune incolmabili nella conoscienza di cose di mia competenza.
Buchi che comportano mille difficoltà, dai quali entra aria, acqua; buchi da rammendare, da rattoppare, sia che si tratti di usura dei capi d'abbigliamento (o della lavatrice), sia che si tratti di dislessia.
Ci vuole un filo resistente e un punto invisibile. Ci vuole una colla forte ma leggera. Ci vuole cura, ma il buco, anche se richiuso, resta dov'è.
Io che le parole scritte le ho sempre trovate, anche quando c'era ben poco da dire, non riesco a capacitarmi di come le parole possano rappresentare un ostacolo tanto grande, un fardello. Io che non so attaccare un bottone, non posso fare suture precisissime, ma so usare la colla, e anche se di solito mi rimangono le dita appiccicate, vorrei correre il rischio utopico. Vorrei.
IERI, a casa di Mary, facevamo colazione con pancake allo sciroppo d'acero e caffé americano, dopo aver dormito tra lenzuola confezionate in fabbrica (le mie erano cucite a mano), e giocato con barbie originali e figurine che se le grattavi sprigionavano un odore dolcemente artificiale.
Era bello!
Mangiavo a casa della nonna materna: pasta e patate a pranzo, panino col prosciutto a cena. Per farmi mangiare volentieri lei mi diceva che nella pasta aveva messo aromi magici, e che il panino era speciale e le era costato un milione!
Mangiavo dai nonni paterni, degli intingoli proteinici schifosi che cucinavo io per loro: a loro piacevano :)
Mangiavo ovunque, tranne che a casa mia dove si disperavano tutti per la mia mancanza di appetito.
OGGI: parecchi buchi nella parentela. Tagli nella vita, buchi nella ragione. Buchi nelle ragioni, nei jeans anni '80.