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giovedì 3 maggio 2012

Fastidioso come lo scottex che mi mettevano da piccola tra la pelle e la maglietta quando sudavo


tuu tuu

- Segreteria di Lettere
- Buongiorno, mi chiamo Mignolo Blu e mi sono specializzata nel 2010 presso il vostro Ateneo
- Sì
- Avrei bisogno del Diploma Supplement perché mi sono iscritta a un Master negli Stati Uniti e l’università me lo richiede
- Va bene, allora mi invii una richiesta via e-mail con tutti i suoi dati e le informazioni relative al suo corso di studi e noi produrremo il DS prima possibile
- Ah! Perfetto
- Non dimentichi di scrivere anche l’indirizzo a cui si deve inviare
- D’accordo, grazie mille
- Si immagini. La saluto
- Buona giornata

***

tututututututututu
tututututututututu
tututututututututu
tututututututututu
tuu tuu tuu tuu tuu tuu tuu tuu 
...
tuu tuu

- Pronto
- Segreteria di Lettere?
- Si
- Buongiorno, mi chiamo Mignolo Blu e mi sono laureata nel 2006 presso il vostro Ateneo
- Attenda
(Musica, Vivaldi: inverno, primavera, estate, autunno, mezze stagioni) tututututu

***

tuu tuu tuu

- Pronto
- Ho chiamato prima ed è caduta la linea: le stavo dicendo che mi sono laureata nel 2006 da voi
- Ah, sì
- Avrei bisogno del Diploma Supplement perché mi sono iscritta a un Master negli Stati Uniti e l’università me lo richiede
- (Arazio, aspè, uora ni pigghiammu n’cafè) Sì, no, non ne facciamo
- Come non ne fate? Ma tutte le università lo fanno!
- Si ma al massimo per l’Italia...
- Mmm, ma il Supplement non ha alcuna utilità in Italia
- Si ma di queste cose qua se ne fanno una l’anno… signora lei può fare una richiesta con la marca da bollo, e la potta, e poi si vede
- Ma abito nella Ridente, posso mandarla via e-mail o via fax?
- No, con la raccomandata
- Ah, va bene, e quanto passa?
- Signora che ne so? Ma a lei chi gliel’ha dato il mio numero?
- Eh eh... il suo è un ufficio pubblico e esiste la pagina contatti sul portale dell’Università. Comunque, io non capisco perché nella Suadente nel giro di pochissimo tempo hanno fatto e spedito il mio Supplement, gratis, e lì…
- Signora, non siamo nella Suadente: qua se lei è fottunata che qualcuno glielo fa non è che poi lo spedisce! Mica è colpa mia se lei se ne deve andare in America.
- (Temo di sì, temo sia proprio per quelli che occupano indebitamente un posto di lavoro come te che ìu alliccu a sadda) Senta, ma almeno me lo potete mettere in una busta intestata dell’università e poi lo spedisco io?
- Non ne abbiamo buste
- (!?!) Sto andando a fare la raccomandata e la richiamo quando vedo che l’ha ricevuta, va bene?
- Uocchei, buon lavoro signora! (Araziooo) tu tu tu tu
- ('O caca!)

 
Per completezza di informazione mi preme scrivere che c'è stato un lieto fine: non so, forse un utente un po' alticcio si trovava a passare dall'ufficio e, approfittando della temporanea assenza dell'impiegato addetto, ha pensato bene di rispondere al telefono che ormai squillava da tempo... forse è andata proprio così, perché l'indomani allo stesso numero mi ha risposto un sant'uomo che sapeva tutto e mi ha sbrigato la pratica in due giorni!

sabato 21 aprile 2012

L’eccesso di educazione genera mostri ovvero padroni in casa "nostri"



Non so se mi piacciono meno gli ospiti maleducati o quelli che non vogliono disturbare: sembra un paradosso, ma io li porrei pari merito sul podio dell’antipatia!
Tutti sappiamo quanto odiosa possa essere certa gente che, senza provare per te particolare trasporto, prima fa l’amica per farsi ospitare e piomba a casa tua “besando el santo”, e poi la usa come fosse un hotel, senza aver voglia di condividere con te altro che il tetto (il che sarebbe ottimo se stessimo partecipando al programma CouchSurfing), ma io non sono sicura di preferire a questi quegli amici che tu reputi tali, ma che per non disturbarti, addirittura... NON VENGONO.
Ma come? Tu ti metti a completa disposizione, hai piacere di passare un po’ del tuo tempo con loro, organizzi menu e rimpatriate, dici “mi casa es tu casa”, e loro, per non disturbarti si prendono un B&B, fanno i discreti, e ti iniettano sottopelle un messaggio subliminale: “quando passi dalle mie parti, se non vieni a trovarmi, non mi offendo”!
Ospiti ne ho avuti di tutti i colori: conoscenti artisti, conoscenti meno artisti, amici stretti, amici larghi, colleghi, “pigiama party girl” come la mia amica veneta che in questi giorni mi scrive:

[…] la fine del "povero" umberto.. chissà le risate che vi fate.. io me le faccio, ma poi penso che c'è poco da ridere e solo molto da vergognarsi e tornare in padania e sentir le persone che giustificano sti coglioni dicendo "avranno avuto bisogno di questi soldi.. alla fine li ha presi gente dei nostri, non è rubare! con tutti i soldi che ci rubano gli extracomunitari.." o "è roma che li ha traviati.." non aiuta a non vergognarsi, ecco […]
(non c'entra col post, ma mi piaceva riportare un'impressione "interna" sulla questione "Cu futti futti, Diu pirduna a tutti, tanto ormai ne è passata di acqua del Po sotto le pontide", e di conseguenza ho adattato anche il titolo)

parenti molto prossimi come Alda, che al telefono mi dice:

Ju nun haiu studiatu ma ‘i cosi ‘i capisciu.
m’haiu istruitu ormai: cc’a televisioni…
megghia di ‘na scola! 
Infatti, se turnassi nn'arrieri, i libbra t'i brusciassi!
Ti facissi vidiri a via... ccà, "fai i surbizzeda" ti dicissi.
[...]
E appuoi ju mi capisciu ca sugnu ‘na pirsuna troppu sensibili,
mi ricanusciu ca nun sugnu una dura di temperatura.
[...]
Aviemmu sempri cchi diri: ‘na vota u’ femori,’ na vota l’ugna ‘ncarnata, ‘na vota ‘i coronari… l’autra sira mi sunnaiu ca mi facìa mali u’ piettu, ma nun sugnu sicura ca mi stava sunnannu, forsi era ppi daveru: ppi ssì e ppi nno m’haiu fattu scriviri ‘na prova di sfuorzu!
(ZIP IT! oppure CALLATE! a piacere)

… e altri ancora ne arriveranno…
Ospiti venite a me: pro-ospite tutta la vita, a patto che usiate l’educazione con parsimonia!

sabato 31 marzo 2012

20 passi verso il cesso

/Stessa storia, stesso posto, stesso bar… e che è ‘sto bar? Un ricettacolo di gente assurda?/

Ho davanti il mio caffè, stavolta shakerato /fa caldo/ e le fotocopie: sono intenta nella lettura quando con la coda dell’occhio noto che una persona sopraggiunge fino a fermarsi ad una distanza eccessivamente ridotta da me. Alzo lo sguardo.

- Mi dica.
- Vorrei la sua sedia, sto aspettando il mio ‘moroso!

/nel senso che non paga l’affitto?/

È bionda, non è brutta, ma è strana: sarà sulla cinquantina, ha il rossetto rosa shock fuori dai bordi, i tacchi a spillo, i pantaloni attillati e la maglietta stretta e corta dai quali fa capolino una “panza” che mi fa sospettare uno stato interessante.

/Perché mai vorrà proprio la sedia su cui ho poggiato la mia giacca con tutte quelle libere che ci stanno intorno? [...] Figurati se questa aspetta un fidanzato!/

Tolgo la giacca dalla sedia e me la poggio sulle ginocchia.

- Grazie!
- Si figuri...

La Venere si siede accanto a me e inizia una telefonata con una sua amica con la quale parla tanto forte che perfino il Nettuno in piazza sa i fatti suoi.
Cerco di concentrarmi su Sauer, la Berkeley, il cultural turn, e questa parla, urla, gesticola.

- Ma vieni qua, valà! /forze uguali e contrarie/ e mi racconti tutto… ma hai detto che ti ci ho mandato io? Ma hai fatto il pacchetto drenante? Ma come, vai a Saturnia per fare solo i massaggi? /quanto t’ho pensato Niccolò/ Ma te sei scema!?

Parla di cose da ricchi e tutto quello che dice contraddice i modi con cui le parole escono dalla sua fogna.
A un certo punto chiude e fa un cenno con la mano a qualcuno a venti passi da lei.

/Ma allora ce l’ha davvero il ragazzo? Pazzesco!!!/

Vedo avvicinare un uomo alto un metro e quaranta, con lunghi e ondulati capelli unti coperti da una bandana, un giubbino di jeans coperto da un gilet trapuntato e degli stivali da cowboy con tanto di speroni; lasciando una scia di Mennen si viene a sedere accanto alla sua bella e tira fuori un chilometro di lingua per salutarla.

/*ì_+^°§/

Io bevo il mio caffè e leggo, anzi, a questo punto sto già fingendo e prendo appunti sullo scontrino per questo post.

- Amore stasera voglio un carpaccino o una tartare, lo fai tu che io mi devo fare una maschera al cetriolo?

Il Nettuno sghignazza allegramente.

- ‘Scolta, poi dobbiamo vedere quel film bellissimo, che ha vinto gli Oscar e l’hanno visto tutti, con quell’attore morto, poveretto, come si chiama? Pep Swè!

Cosgrove, Birmingham, Duncan possono attendere…

- Sai che la Vanna m’ha detto che su questo telefono posso usare Scaip? Però mi manca la foto: me la fai adesso?

L’Adone inizia a prendere la mira e lei a provare pose plastiche.
Io colgo i loro movimenti ma non posso girarmi a guardarli, quando decido di andare a studiare da un’altra parte, mi alzo per mettere la giacca e nella torsione riesco a vedere bene cosa stanno facendo: lui mette a fuoco l’immagine al di là dell’obiettivo della fotocamera del telefonino di ultima generazione, mentre lei, dall’altra parte, gli tiene ferma la fototessera di una giovane e avvenente donna!

Il grande quesito di tutta la mia vita è sempre lo stesso: CUR?

martedì 18 ottobre 2011

Lezione di sociologia: l'homo ridens

Scendendo le scale dei binari due/tre, ci si ritrova nel sottopassaggio e se si deve andare in centro, ci si dirige a sinistra: “Juri sei una tristezza di scorreggia”. Da questa frase spruzzata sul muro viene accolto il visitatore della Ridente.
Ci si addentra nella città, che per brevità da ora chiamerò R., e si incontrano giovani e ricche coppie provviste di prole, anziani in bicicletta identici tra loro (per le donne: gonne al ginocchio,  camicia e pullover, scarpe decoltè tacco quattro, occhiali dorati e capelli lisci e fini; per gli uomini polacchino scamosciato, pantaloni di fustagno e gilet trapuntato sulla camicia a scacchi; le nuances vanno dagli ocra, ai terra di Siena bruciata, a una vorticosa sequenza di marroni e verdi cupi), stranieri.
R. è una città a misura d’uomo, tranquilla di una tranquillità mortifera, pulita, civile, efficiente.
Il sorriso è stato bandito da una norma comunale già nel XVI secolo.
C’è una tanto curiosa quanto netta divisione tra ridentesi e extra-ridentesi. Queste due categorie non ammettono sotto-categorie: chi sceglie di essere ridentese, a prescindere dai propri natali, bimbo, giovane, vecchio che sia, deve prendere tutto il pacchetto, che prevede abbigliamento, acconciatura, atteggiamento e modi di dire.
Certo, per chi ridentese "lo nacque", è tutto molto più semplice e naturale, per chi invece viene da luoghi lontani da R. e vuole a tutti i costi far parte della sua società, il percorso è più tortuoso: molti riescono benissimo nell’impresa, altri, per quanto in pubblico si sforzino di non salutare, non sorridere, avere manie di grandezza, etc. nelle mura domestiche fanno cose che di ridentese hanno ben poco, addirittura non differenziano la spazzatura… In compenso ci sono extra-ridentesi di nome e di fatto (li si riconosce dall’allegria) che hanno un inspiegabilmente alto senso civico, e indigeni (pochini in verità) dotati di calore umano, filantropici, addirittura gentili, che non sono terrorizzati dal diverso da sé!
I due gruppi sono rette parallele che non si incontrano mai: pur mischiandosi nei luoghi pubblici, si guardano vivere come da un acquario.
Il visitatore occasionale non può notare i due mondi distinti, e se ne torna da dov'è venuto con l'impressione di aver passeggiato dentro una bomboniera, in un cantone staccato di una Svizzera senza birra né cioccolata.