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giovedì 26 gennaio 2012

«Non posso, devo studiare»

È meraviglioso l'articolo che Sandro Cappelletto ha scritto su La Stampa tre settimane fa, in occasione del settantesimo compleanno di Maurizio Pollini.
Quel «Devo studiare, il mio mestiere è suonare» riassume un mondo: riassume la connotazione positiva del sacrificio, il suo travestimento, o meglio, la sua vera natura.
Il sacrificio non è qualcosa di negativo, qualcosa che si fa proprio malgrado, una privazione e basta. Il sacrificio non è solo levarsi il pane di bocca, ma sono anche ore, giorni, settimane, anni dalla propria vita, che diventa "sacrificata" di uno sforzo bellissimo!
Dal latino sacrificium ovvero sacer + facere (rendere sacro), il termine ha un'etimologia ben precisa che si sposa benissimo con la vita degli artisti, degli studiosi, di alcuni lavoratori... che rendono sacri emozioni, scoperte, pane...
Non aver ancora finito una cosa, conseguibile a fatica, e pensare già al prossimo durissimo traguardo... Avere il coraggio di non avere amici perché a nessuno piace sentirsi secondi...
«Non posso, devo studiare», è una risposta che sento ripetere, come un ritornello, da dodici (quasi tredici) anni, e che solo chi vive certe persone può capire senza provare un moto di stizza (quasi ira), perché mentre il sacrificio del lavoro, quello manuale, materiale (quello che provoca sudorazione, per intenderci) è davanti agli occhi di tutti, l'altro sacrificio si maschera, perché produce bellezza, e la bellezza offusca la sua essenza. 
Il sacrificio degli artisti per i più non è tale: è una scelta (non è “ppi fforza”) ma se sei un vero artista c'è poco da scegliere... 

domenica 30 ottobre 2011

Chi ha tempo, non aspetti tempo

Spesso qualche goccia si staglia tra le altre, controvento.
C’è una pioggia fitta e obliqua fuori dalla mia finestra senza tenda, con gocce anticonformiste.
Il cielo scuro è un telo pesante che lascia vedere l’azzurro tra i palazzi, all’estremità del suo lembo.

Questa storia, pur così semplice, dell’orario vecchio/nuovo mi confonde da quasi trent’anni.
Non ho spostato l’orologio… il mio telefono a mala pena telefona, figuriamoci se cambia orario da solo. Il mio amore dorme al buio e all’oscuro.
Anche se fino a dieci minuti fa pensavo di essere in ritardo, ora so di essere in anticipo.
Strano. Inconsapevolmente in anticipo: mai prima d'ora. Inconsapevolmente in ritardo un mucchio di volte. In ritardo per capire, in ritardo per studiare, in ritardo per lavorare.
Ho tre quarti d’ora in regalo prima di girare le lancette col dito, prima di rimettermi sul tapis roulant.
L’ora legale è un’illusione, una delle tante, un modo come un altro per far quadrare i conti. È come l’anno bisestile: i flussi non si possono fermare, quindi si trova il modo di canalizzarli, diminuire la loro potenza, controllarli. Si fanno delle raccolte di tempo da tirar fuori all'occorrenza. Così con le parole.
Ma cosa sono 45 – ora 35 – minuti di fronte all’eternità? Ho perso talmente tanto tempo nella mia vita, soprattutto a lamentarmi...

(risata isterica fuori campo)